Fashion e disabilità: l’eccezione di Frida

Fashion e disabilità è un accordo che suona male, un accordo stonato in una società dove l’apparire è legge.

Il disaccordo nasce dal fatto che la moda non è più fatta da abiti che vestono un corpo con le sue emozioni e le sue idee, la moda dell’apparire riveste fantasmi, entità che prendono forma dal vestito; come denunciava un film “Sotto il vestito niente”.

In questo senso, le persone disabili non possono apparire “fashion” perché dovrebbero prima annullarsi come persona, eppure c’è stata un’eccezione talmente grande da essere considerata un’icona di stile: la pittrice Frida Kahlo.

Lei ha trasformato il suo dolore in arte su tela e il suo corpo in opera d’arte con colori vivaci ed ausili a sottolineare la sua originalità.

Penso agli stivali in cuoio rosso, stivali con tacco differente per equilibrare lo scarto fra gamba destra e sinistra, i busti colorati a dispetto del loro uso ortopedico, l’artista usava la moda per comunicare la propria identità. Celebri i suoi vestiti da “Tehuana” con cui ha veicolato la sua appartenenza e la sua determinazioni, come si evince dal quadro Albero della speranza sii solido, il “selfie d’artista” chiarissimo nelle parole di Paola Calefato: ..un autoritratto sdoppiato nel quale sono rappresentate “due Fride”; una seduta e  accuratamente vestita con in mano un corsetto di cuoio, e l’altra stesa su una barella d’ospedale, mentre guarda un paesaggio, mostrando parte della schiena nuda con in evidenza le cicatrici delle sue varie operazioni, La Frida a sinistra è di spalle e il suo corpo è costituito da una totale continuità tra la capigliatura, il lenzuolo drappeggiato sulle spalle, la carne della schiena solcata dalle ferite sanguinanti. La Frida a destra è seduta in posizione eretta, ben vestita e acconciata, ornata di quei sonanti monili di cui la stessa “vera” Frida Kahlo usava in abbondanza addobbarsi. Tra le mani lei stringe un corsetto, mentre un altro le è ancora addosso, visibile sotto il vestito. Questo indumento è dunque allo stesso tempo su di lei e fuori di lei, come se fosse un pezzo indispensabile del suo proprio corpo, esattamente al pari dei gioielli, dei fiori sulla testa e dell’abito che le riveste il corpo sino ai piedi.

Una donna con disabilità che ha fatto tendenza e non uno schermo bianco su cui la moda ha proiettato il suo film.

Sara Serafino, in Il ruolo della moda nei processi di socializzazione ed inclusione delle persone con disabilità spiega quanto sia importante vestire abiti in linea con l’immagine che abbiamo di noi stessi e con cui ci proiettiamo fuori dalla nostra “comfort-zone”.

Per questo, anche in Italia, aumentano i brand che si occupano di adaptive fashion, ovvero collezioni di abiti che si adattano pragmaticamente alle esigenze delle protesi  con cerniere sulle ginocchia o comodi elastici in vita o chiusure magnetiche al posto delle cerniere, insomma vestiti che rivestano corpi ed esigenze differenti. Moda come linguaggio con cui esprimerci e non immagini preconfezionate dietro cui nasconderci. Così fashion e disabilità stanno diventando l’accordo di una nuova musica da suonare per rompere il silenzio e la solitudine.

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